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Società Italiana Setter
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IL
SOGNO: LA FATA E LA FIABA DI UNA MIGRAZIONE

Per più giorni ,credo per più di
un mese,mi ero lasciato prendere dalla passione di consultare tutto
quello che di più scientifico si potesse cogliere dalla Letteratura
di Ricerca sulla beccaccia e sulla sua migrazione.E così di pari
passo mi ero messo a scrivere uno zibaldone,una vera rassegna
bibliografica che poi pomposamente avevo definito “evidence based
review”,ed altrettanto scherzosamente avevo titolato
“La beccaccia scientifica”. 
Avevo letto,riletto,analizzato e
cercato di sintetizzare tanti aspetti della anatomo-fisiologia della
beccaccia e del suo ciclo vitale , io stesso trascinato da quella
curiosità che ti prende quando affondi te stesso ,umile
dilettante,dentro i rigidi risultati della ricerca scientifica ,
quella vera ;tanta passione quasi quanto quella che per anni ed
anni,ed ancora oggi,ti spinge nel bosco,duro ed impenetrabile a
tratti,alla ricerca di quel frullo dove poi tu lanci un’inconsulta
vampata di piombo e morte:così dentro i misteri della beccaccia,così
dentro i misteri del tuo “essere”.
Così dopo una giornata passata su
Internet a spulciare lavori scientifici di ogni tipo,mi capitava poi
di notte di sognare qualche cosa di strano e che poteva riguardare i
campi magnetici,la migrazione notturna della beccaccia ed anche di
altri uccelli,gli assalti e la difesa da predatori di terra e di
volo,il volo notturno di una beccaccia mai persa in un bosco immenso
e tenebroso,il volo solitario sul mare o nel turbinio improvviso di
una tempesta di neve .Poi quando mi svegliavo avevo un vago ricordo
di qualche cosa,ma non molto ; facevo colazione e mi ributtavo sul
computer e sui libri.
Ma questa volta non è stato così
! Mi sono svegliato dopo un lungo,lunghissimo sonno e
sogno,ricordandomi tutti i particolari subito al risveglio e
dopo:tutti i dettagli dall’inizio alla fine.E’ stato un sogno molto
bello tra desideri ed “assurde”paradossali analisi logiche,tra
metempsicosi e poesia,tra metamorfosi e crude e banali realtà, sino
anche alla morte.Così ho pensato di raccontarlo,questo sogno,con
tutti i benefici del racconto di fantasia,tanta e forse troppa,ma
comunque amica di questa passione che poi –nella realtà- ci trascina
a cercar beccacce per i boschi con i nostri cani.

C’era un gran vociare intorno a
me quando scendemmo dalla Land Rover della Guardia Forestale ai
margini del bosco ; c’erano alcune persone,forse cinque o sei,con le
lampade da minatori sui cappelli,e sembrava che tutti mi
conoscessero ed io conoscessi loro . Era già notte fonda ; con un
breve percorso eravamo partiti dalla Residenza Presidenziale di
Castelporziano e la Villa era ancora tutta illuminata perché quella
sera c’era stata una qualche visita ufficiale e relativo gran
ricevimento.Un lungo corteo di macchine se ne era già andato da
tempo e quattro o cinque corazzieri smessi stavano seduti nell’atrio
probabilmente a scolarsi i rimasugli del rinfresco ;le guardie
forestali erano tornate alla Villa dopo aver chiuso i grandi
cancelli ed avevano dato l’OK per la nostra spedizione.Noi con la
Land Rover avevamo percorso tutto uno stradone dalla parte verso il
mare:faceva freddo ma non moltissimo per essere alla metà di Gennaio
, non gelava.In lontananza si sentiva la risacca del mare.Le persone
che erano con me erano Ricercatori esperti ed in due coppie erano
forniti di uno speciale attrezzo , una specie di “bilancia da pesca”
rovesciata montata su una lunga canna.Uno del gruppo aveva una
potente pila a fascio largo di luce,e tutti portavano anche altri
strumenti negli zaini.Appena ben pronti così attrezzati ci avviammo
per una serie di viali e vialetti in mezzo ad una pineta di alti
pini mediterranei,e poi in mezzo ad un bosco ceduo con larghi
spiazzi cespugliati e atratti ricolmi di felci.Tutti in silenzio i
Ricercatori procedevano nel buio,invitando anche me al silenzio
assoluto.Arrivammo al limite del bosco dove cominciava una radura
erbosa a pratino e muschi,e a tratti appena a marcita:sentimmo due
frulli fragoroso,poi accese tutte le pile inquadrammo subito una
beccaccia ferma immobile. Lì si
diresse la prima coppia di Ricercatori ed in un battibaleno la
retina a bilancia rovesciata intrappolò l’uccello .Nello stesso
tempo l’altra coppia di Ricercatori si diresse velocemente verso
un’altra beccaccia illuminata a 15-20 metri da noi ,ed anche questa
fu subito catturata.Stesi per terra con il braccio e la mano destra
sotto il bordo delle due reti,i Ricercatori tirarono fuori
delicatamente le due beccacce che furono subito delicatamente
incappucciate con le cuffie simili a quelle che si usano per la
falconeria. A me
diedero da tenere in mano una pila per illuminare il loro lavoro :
con gesti rapidi e sicuri tirarono fuori dagli zaini alcuni
strumenti con i quali pesarono,misurarono,inanellarono i due
uccelli,registrando tutti i dati morfologici su un computer,poi con
un piccolo ecografo eseguirono con maestria l’ecografia dell’addome
e
consultandosi ripetutamente tra loro nel leggere le
immagini,stabilirono che una beccaccia,quella più giovane,era una
femmina,mentre l’altra adulta era un maschio.
Poi si accinsero alla operazione più importante:installarono un
piccolo tavolo apribile e sopra di questo,come su un tavolo
operatorio,applicarono due piccolissimi ricetrasmettitori a pannello
solare,uno per ognuna.  Li
imbracarono delicatamente sotto l’articolazione delle ali e poi li
fissarono al dorso degli uccelli con due punti chirurgici.Fecero una
rapida verifica telemetria circa l’efficienza dello strumento e del
sistems,e poi tolti i cappucci rilasciarono gli uccelli nel mezzo
della radura. 
Erano tutti molto contenti del
lavoro svolto in appena un’ora,e rientrando nei viottoli del bosco
fecero segno a me di andare dall’altra parte della radura nella
direzione che avevano preso le due beccacce al momento del
rilascio.Io ebbi qualche esitazione ma poi andai.
Dopo questa fase di sogno che mi
era sembrata normalmente “umana” e realistica ,il mio sogno cambiò
ed io ero ora immerso in un’atmosfera immaginifica,irreale,vorrei
dire fiabesca.
Camminavo sull’erba con passi
soffici,quasi aerei,sinchè immerso in una nebbiolina appena
luminescente entrai in un bosco con grandi querce ed anche lecci
secolari e a

tratti piccole tamerici
circondate da un tappeto di foglie marcite ammucchiate dal
vento.Subito alla base di una di queste tamerici era
ferma,accoccolata immobile la beccaccia femmina con la sua
radiolina sul dorso,per nulla spaventata e che mi guardava con i
suoi grandi occhi fissi , vorrei dire serenamente immobili.
Nel sogno vedevo la mia stessa
figura quasi evanescente,trasparente nel buio del bosco stranamente
a tratti illuminato da un chiarore surreale : era un ambiente
incantao,fiabesco e la mia fata era la beccaccia.Mi guardava e sembrava
mi dicesse “fermati” ,fermati qui con me,accoccolati qui anche tu al
riparo dal freddo della notte,ed io mi sentivo lusingato del suo
invito.Così feci e nel mio sonno,tra brevissimi dormiveglia e sogno
vero che continuava a puntate,trascorse il tempo così come se
trascorressero più notti e più giorni.Seguivo la beccaccia in volo
subito al primo buio sino alla radura –sempre quella- dove lei
mangiava perforando il terreno insieme ad altre beccacce , incluso
il maschio anche lui fornito di radiolina, e tutte poi dopo la
mezzanotte se ne tornavano ai loro posti di riposo nel bosco.Di
giorno,al mattino,se era sereno andavamo di pedina sino al limite
del bosco dove batteva il sole e ci mettevamo fermi vicino ad un
mucchio di pietre e brecce sufficienti a riflettere meglio il calore
del sole.Poi tornavamo nel bosco,sempre di pedina,e la mia fatina
conosceva alcuni pezzi di terreno subito ai piedi di grandi antiche
querce dove la terra più umida ed odorosa di muschio,era più ricca
di vermi.Lei mangiava avidamente e man mano che i giorni passavano
sembrava aver perso il senso della sazietà.Alcune volte faceva una
piccola diversione nel percorso per andare in un piccolo tratto di
bosco dove c’erano tre o quattro cespugliosi di nocciolo e lì
trovava più abbondante il cibo.Il posto era ben conosciuto perché
sempre lì di giorno si radunavano altre beccacce .
Man mano che aumentavano le ore
di luce la beccaccia limitava sempre più le sue attività di
movimento,mangiava insaziabile ed ingrassava a vista d’occhio.Alcune
volte sentimmo il rumore ed il vociare di alcuni uomini:io li
vidi,erano i Ricercatori che con alcuni strumenti ad antenna
cercavano di localizzare la beccaccia e poi prendevano appunti su un
computer e se ne andavano senza disturbarci.
Una notte ,poco prima
dell’alba,corremmo un grave pericolo : io , che nel sogno dormivo
accanto al cespugliose della beccaccia,mi svegliai trovandomi quasi
sopra di me –invisibile per loro- quattro cinghiali con i loro musi
soffianti a sfrugugliare tra la terra coperta di foglie. Allora
credo ebbi di nuovo sembianze materiali ed i cinghiali scattarono
all’indietro spaventatissimi e fragorosamente galopparono nel bosco
più fitto.La mia fata mi guardò e credo mi sorridesse per
ringraziarmi.
Passarono ancora diversi
giorni,l’aria anche di notte s’era fatta meno fredda,il vento più
frequentemente tirava dalla parte del mare ,tant’è che la risacca
sembrava vicinissima.Poi la beccaccia via via diventò più nervosa e
a volte mi sembrava volesse scrollarsi di dosso quella radiolina
sulla schiena : dormiva solo per poche ore e più di frequente sempre
di pedina si aggirava nel suo territorio sia di giorno sia di notte
a cercar pastura.La sera nella radura si muoveva a scatti,come
danzando,poi si fermava molto vicino a due beccacce –una era il
maschio con la radiolina- che si esibivano insistentemente facendo
la ruota con la coda.Al tramonto non usciva subito in volo dal bosco
, ma rimaneva a lungo ferma in uno spiazzo da dove poteva vedere
bene il limite dell’orizzonte dove tramontava il sole.Dormiva molto
meno nelle notti con cielo chiaro e stellato e sembrava scrutar le
stelle.
Un giorno il tempo diventò
piovoso ed appiccicoso,con una pioggerella fitta fitta che veniva
dal mare spinta da folate di scirocco.Verso sera la pioggia cessò
,il vento si fece più calmo ma continuo,ed il cielo sino allora
coperto si schiarì a tratti proprio mentre il sole tramontava.Non so
bene cosa successe ma fu come se la mia fata volesse farmi partecipe
di una sua ansia e di una sua decisione.Muovendo il capo e le ali mi
fece capire di stendermi accanto a lei con la mia testona accanto
alla sua testolina e gli occhi –così come i suoi- diretti a guardare
là dove il sole tramontava:fu così che allora vidi un chiarore
luminoso con colori più forti degradanti al violetto subito ai
lati estremi del mio campo visivo e –non so come - mi resi subito
conto che quei colori servivano alla beccaccia per fare il punto di
dove eravamo su un asse virtuale “ sud – nord “.Via via che il buioi
aumentava ed il cielo si punteggiava di stelle ,fu come se
anch’io vedessi una specie di viale virtuale nel cielo ; su questo
viale ,nel capino della beccaccia,si orientava una specie di sistema
a catena di alcuni aghi di bussola che si erano materializzati anche
per me . E quando tutto questo sistema “colori U.V.-stelle-bussola”
si allinearono compiutamente ,e già da due ore era completamente
buio,la mia fata voltò solo un attimo verso di me il suo capo con i
suoi grandi occhini e poi calma spiccò il volo
in quella precisa direzione elaborata dalla “sua” bussola via via
controllandone l’efficienza riferita alle stelle.
Ed io,come un invisibile
evanescente accompagnatore,volavo accanto a lei pur non avendo le
ali.
Il
vento di scirocco ci spingeva piacevole di coda,e velocemente
prendemmo quota , circa 4-500 metri : a destra il luccichio delle
piste dell’Aeroporto di Fiumicino,prima, e poi quello tumultuoso di
Roma e delle sue strade ed autostrade ci sfilarono sotto di lato.La
mia fata aveva il suo capino immobile fisso in una precisa direzione
verso nord-est ; gli occhioni ben aperti e fissi sicuramente
vedevano sopra il capo l’emisfero celeste. Era impressionante la
fissità della testa rispetto a tutto il suo corpo e le ali che si
muovevano intorno ad essa : i movimenti della beccaccia si
adattavano alle spinte del vento e a qualche vortice d’aria , tutta
protesa,lei, per un viaggio ancora molto lungo ma intrapreso con
estrema sicurezza ed assoluta determinazione.Così viaggiammo per
tutta la notte,ci alzammo di altitudine per superare alcune montagne
e le valli punteggiate di luci di città,villaggi,strade
ed al primissimo incombere all’orizzonte del primissimo chiarore
–sfumato di viola- verso est , cominciammo a scendere di quota sin
verso una grande foresta che ben si vedeva apparire tra canali e
lagune , subito prima del mare che già luccicava alle prime luci
dell’alba.
La mia fata fece un largo giro ad
“U” sopra il bosco prendendo
il vento al contrario così che le facilitò l’atterraggio in una zona
cespugliata,umida ed odorosa di muffe –anch’io sentivo quell’odore-
subito al margine della grande foresta
dove dentro nel sottobosco già si vedevano chiazze di ciclamini e di
viole.Appena a terra s’infilò decisa in un roveto , tastò il terreno
con il becco una o due volte,si accovacciò e subito dormì.Ed io
insieme a lei.Eravamo certamente sulla costa settentrionale del Mar
Adriatico , forse eravamo nel bosco della Mesola.Dormimmo.
Durante il giorno più volte la
mia fata fece voli brevi in mezzo al bosco ricco di grandi alberi
secolari e di cespuglioni,fratte,roveti,fossi ricolmi di felci e poi
intramezzato da ampie e piccole radure erbose : lei volando sembrava
sempre odorare l’aria poi scendeva a terra in piccole riparate
radure e mangiava voracemente , poi dormiva,poi rivolava di nuovo a
mangiare in posti sicuri. Quando trovò un grande slargo dove
pascolavano alcuni cavalli,non si mosse più da quel posto ricco di
fatte e di vermi. Al tramonto riprese la posizione fissa a terra
studiando i colori a lato della luce del sole che scendeva
all’orizzonte ad ovest ; poi si girò dall’altra parte ad est ed
aspettò il buio.Due ore dopo il tramonto , ancora con il cielo
stellato ed un fresco vento da ovest,volammo di nuovo ora sul mare
ad un’altitudine di non più di cento metri.Fu tutta una bella tirata
sino alla costa dall’altra parte del mare quando ci apparvero le
prime isole della Dalmazia e lì giungemmo che era ancora notte così
proseguimmo all’interno ,spinti da un buon vento di coda, per valli
e creste di montagne alcune ancora innevate altre
rocciose e brulle , sinchè al primissimo chiarore del giorno ci
buttammo giù in una valle boschiva dove in mezzo scorreva un fiume
tranquillo con ampie anse sabbiose.Ci fermammo in una radura tra il
fiume ed il bosco e lì il terreno sembrò subito ricco di
vermi,tant’è che prime di dormire la mia fata mangiò avidamente per
una buona mezz’ora.
Così giorno dopo giorno – non so
dire quanti,ma non molti – sempre con la stessa determinazione
risalimmo a nord dove la luce del giorno durava molto più a lungo ed
il terreno per larghi tratti era ancora coperto di neve.Ora anche la
luna crescente era quasi a metà del suo culmine ed il paesaggio
sotto , visto dall’alto, era splendido con il luccichio di laghi e
fiumi ed immensi boschi di conifere e scarsi o
assenti i punti di luci artificiali.Finalmente una mattina giungemmo
in un luogo dove i boschi di conifere sembravano sfumare in boschi
marginali di betulle i cui tronchi biancheggiavano d’argento
al chiarore della luna.Quì la mia fata volteggiò diverse volte prima
di decidersi ad atterrare : sembrava voler controllare se tutto era
a posto.Così finalmente scese in una radura i cui contorni erano
ricchi di cespugli e di grandi macchie di felci.Ormai era giorno
fatto.Allora mi guardò e mi fece in qualche modo capire che eravamo
arrivati.
Dormì . Dormimmo .
A giorno pieno , appena sveglia
fece ancora numerosi voletti tutt’intorno,ogni tanto atterrando in
zone macchiate ancora da qualche residuo di neve ; subito al limite
della neve testava il terreno con il becco ma più spesso pedinava
vicino a grossi tronchi caduti e marciti dove affioravano musch,muffe,funghi
e larve d’insetti,e lumachine.Così trascorse la prima giornata e la
beccaccia ,sempre con la radiolina ben fissa sul dorso,non diede più
segno di voler proseguire il viaggio.Subito la prima sera sentimmo
sopra il bosco di betulle,già da lontano, il canto “croch,croch” di
alcuni maschi che arrivavano con volo lento,grandi “farfalloni”,e
poi intrecciavano voli gestuali in un virtuale combattimento aereo ,
e altri scendevano subito a terra vicino a noi e si pavoneggiavano
impettiti facendo la ruota.La mia fata non si agitò e si limitò ad
osservare. Non uscì più a mangiare in luoghi di pastura
scoperti.Trovava i vermi dappertutto lì dentro ed appena intorno al
bosco.
Al mattino dopo tutta la foresta
di alti altissimi abeti che era lì vicino risuonò di numerosi canti
d’amore dei Galli Cedroni , tanti, forse più di venti in tutta
l’area di un paio di chilometri quadrati , l’<arena> ,e tutti
cercavano di affermare il proprio ruolo 
nelle gerarchie
dell’accoppiamento con le femmine che tutt’intorno a terra , molto
più numerose dei maschi,stavano ad ascoltare
“Toc,Toc,toctoctoc,schiii,schiii” . Alcuni troneggiavano in bosco
facendo la ruota sulle cime di alcuni abeti ,altri lo facevano a
terra,pronti anche ad ingaggiare gestuali combattimenti tra i maschi
dominanti.Conoscevo bene quei siti e quei riti per essere stato lì
anni prima alla caccia di Primavera.In lontananza si sentiva
inconfondibile il vociare di grandi branchi di oche che ormai quasi
al termine del loro viaggio di ritorno al Grande Nord,alle
tundre,cercavano luoghi di pastura per rifocillarsi prima
dell’ultimo balzo, e là si sentivano anche incredibili scariche di
fucilate.
Poi quella sera le fucilate
arrivavano anche nel nostro bosco , e vidi alcuni uomini con fucile
che aspettavano i maschi in “croule” pronti a gettare in alto il
cappello per attirarli a terra.Allora pensai anche a quell’altro
maschio di beccaccia che era stato fornito di radiolina la sera
stessa della mia “fatina” in quel di Castelporziano.
E così il mio sogno che si era
come stabilizzato dopo il grande viaggio nel grande bosco del Grande
Nord , sembrò interrompersi.All’improvviso mi ritrovai in una grande
sala operativa ,come quelle di Cape Canaveral durante i voli della
navetta spaziale Shuttle,e lì erano tutti i miei amici Ricercatori
di Castelporziano che attraverso alcuni monitor registravano ed
avevano registrato tutti gli spostamenti delle beccacce con
radioline . 

“Guarda,guarda – mi dicevano –
vedi dove sei arrivato tu insieme alla tua fatina ; guarda qui tutte
le soste che avete fatto ed ora siete un po’ più ad oriente di Mosca
nel mezzo della Russia . Invece vedi che l’altro maschio ha fatto
più o meno il vostro percorso , è stato più rapido ed è arrivato
molto più in su quasi sino alla Penisola di Cola” 
Un grande computer elaborava
un’infinità di dati raccolti tramite il satellite :  temperatura
dell’ambiente e pressione atmosferica in loco dove erano le due
beccacce,temperatura corporea ed uno strano indice di attività
muscolare degli uccelli.Io ero seduto dietro una grande scrivania
dove erano sparsi disordinatamente tanti fogli stampati che
includevano tutti gli articoli e lavori che avevo letto quando mi
ero buttato a fare quella Rassegna Bibliografica .
Poi sempre all’improvviso il mio
sogno ritornò ad essere ancora più fantastico ed io ero di nuovo in
mezzo al grande bosco del Grande Nord accanto alla mia fata. Era una
notte di luna piena ed in mezzo alla radura del bosco erano riunite
molte beccacce , non so dire quante : era un po’ come in quelle
fiabe per bambini quando tutti gli animali del bosco si riuniscono
per qualche evento eccezionale,e tutt’intorno i folletti del bosco
osservano,discutono e danzano e
rendono grazie ad Odino il Dio dei grandi boschi del Nord ed
accendono fuochi .Ed io ero diventato come uno di quei folletti  e
assistevo partecipe a quel raduno di beccacce stando ben vicino alla
mia fata che finalmente ora parlava .
“Dove sei stato così a lungo? –
mi disse – Avevo paura di non vederti in tempo per questo nostro
appuntamento di beccacce che tutti gli anni in estate si svolge qui
, e per me che sono giovane di un anno è la prima volta “
Io
non avevo la cognizione del tempo trascorso , e solo allora notai
che il bosco ed il sottobosco erano tutti freschi di rinnovamento di
foglie e di muschi e di licheni.Anche se era notte i raggi di luce
lunare che filtravano tra i rami facevano luccicare
di un verde smeraldo le foglie e le erbe ed alcuni fiori sparsi a
volte quasi ammucchiati come primule,orchidee selvatiche ed i fiori
“delle serpi” con tutti i grappoli di palline variamente colorate.Le
beccacce ,a gruppetti,erano tante e sembravano comunicare tra loro
con una specie di “crichhh,crichhhh” sommesso. Io non capivo e
quello che più mi colpiva era quell’atmosfera di fiaba dei boschi
con i folletti che saltavano di qua e di là come danzando,e avevano
acceso fuochi ,mentre intanto si erano radunati anche alcuni
caprioli ,qualche cervo ed alcune alci con i loro grandi immensi
“palchi”.C’era anche come nelle fiabe un vecchio grande e buffo
barbagianni appollaiato su un grosso ciocco e proprio
nel mezzo della radura ; sembrava che tenesse un’importante
conferenza comunicata a tutti con strani suoni soffiati e fischi
liutanti mentre le beccacce e le altre creature del bosco
ascoltavano attente.  
Io seguitavo a non capire un bel
nente,ma poi come per incanto e all’improvviso mi ritrovai solo
accanto alla mia fata beccaccia che ancora mi parlò.
“Sai,qui ogni anno ci vengono
spiegate tante cose dei pericoli che incombono sulle nostre vite
selvatiche : il clima che cambia,i cacciatori che sono sempre più
numerosi,le grandi macchine che tagliano il bosco e che smuovono la
terra,i grandi uccelli di ferro che rombano qui sopra e buttano giù
una specie di pioggia gialla che uccide tutti i vermi , quelli che
vanno in processione su e giù dai pini, ma che poi brucia anche
tutto il resto.Questa volta ci è stato spiegato che dove incontriamo
e vediamo alberi di ferro che chiamano antenne , noi dobbiamo
evitarli e non avvicinarli mai.  Tu
lo sai bene che nelle nostre testoline noi abbiamo tante piccole
fettuccine di ferro che si muovono attratte dalle forze di
Odino,quelle che il Dio tiene nel centro della Terra ;hai
ben visto che quando si muovono in certe direzioni noi le
colleghiamo ai colori del tramonto e dell’alba e possiamo così
sapere dove volare quando viene il tempo dei nostri grandi
viaggi.Ecco …. ritornando alle torri di ferro , il barbagianni–che
da molti anni tutti considerano il più grande Professore delle
nostre foreste- ci ha spiegato che da lì nascono forze malefiche che
possono muovere malamente le nostre freccine direzionali,portandoci
poi fuori strada od anche a sbattere contro le torri , anche quelle
che fanno grandi fasci di luce. Ma
tu queste cose le sai già . Adesso riposati e poi domani ti farò
vedere altre cose che sono successe mentre tu eri via .”
Sognai allora di svegliarmi al
mattino , ed appunto il sogno –sempre quello- proseguì.
Il sole irraggiava una piccola
radura nel bosco dove tutto era lussureggiante di verde e risuonava
di canti di uccelli silvani e di frusciar di lucertole e di rospi.La
mia fata era al margine della radura e mangiava avidamente
perforando il terreno e così facendo sembrava quasi insegnare il
movimento di perforazione a quattro pulcinotti tigrati che
la seguivano in ordine sparso.Mi vide e lasciò soli i piccoli per
avvicinarsi allegramente a me .
“ Molte cose sono successe quando
tu non c’eri.Alcuni bei maschietti volavano a me tutte le
sere ma poi quando mi corteggiavano sul più bello s’accorgevano di
quello strano affare che gli uomini mi han messo addosso , ed allora
quelli si spaventavano e non mi curavano più.Poi finalmente un bel
beccaccione , proprio quello che mi piaceva di più ed era più bravo
a far la ruota,quello cedette presto alle mie lusinghe e così
passammo insieme alcuni giorni d’amore intenso,intensissimo,alla
faccia del marchingegno che ho sulle spalle.Poi presto trovai un bel
posticino tranquillo,ben nascosto e riparato e lì partorii quattro
uova ed allora
fui molto accorta ed occupata a covarle bene,tant’è che nacquero
tutti sani e vegeti questi bei quattro pulcini.Dopo pochissimi
giorni ebbi molta paura:vidi una lince che a naso esplorava il mio
territorio.Per sviarla dovetti fingermi ferita d’ala e riuscii ad
indirizzarla in un altro territorio che sapevo molto frequentato dai
topini ; quando s’accorse di questa insperata abbondanza di cibo non
si mosse più da lì.Io però per sicurezza non mi fidai troppo del
successo conseguito ed allora uno ad uno per sicurezza trasferii i
pulcini –tenendoli ben stretti in volo sotto la pancia- (immagine
copyright Scolopax Rusticula) - collocandoli qui in questo
territorio dove ormai sono ben cresciuti ed hanno già imparato a
difendersi da soli dai pericoli della foresta.Ormai mangiano sempre
da soli . Anch’io sto di nuovo ingrassando e poi faccio spesso dei
bei voli qui intorno per tenere allenati i muscoli “
Io
la guardavo e con più tenerezza guardavo quei quattro piccoli
beccaccioncelli che razzolavano sicuri di qua e di là , e di lì a
poco erano pronti a volare : erano l’emblema della riproduzione
della specie ed un inno alla vita del bosco. La sera la mamma li
faceva raccogliere tutti insieme incespugliati , ma con un bello
spicchio di cielo sopra in modo che loro cominciassero a conoscere
bene la posizione delle stelle.
Anch’io
come la mia fata mi sentivo felice vivendo così naturalmente la loro
rapida crescita e l’avvio all’incombente migrazione.
Il mio sogno seguitò – per me
senza alcuna precisa cognizione del tempo che scorreva – e così vidi
i piccoli che ormai volavano la sera ai luoghi di pastura fuori del
bosco e che erano indicati dalla madre che li precedeva.Poi un
giorno dopo l’altro,prima uno e poi tutti se ne andarono chissà dove
non ritornando più nel loro posto nel bosco.La mia fata non soffrì
più di quel tanto perché ormai era concentrata su se stessa che
doveva mangiare sempre di più ed ancora una volta senza alcun senso
di sazietà.
Le giornate si erano ormai molto
accorciate ,cominciava a far freddo con i primi venti dal nord che
spazzavano il cielo e la sera le stelle brillavano come non mai.Di
nuovo la mia fata si metteva a guardare intensamente il tramonto e
poi le stelle.E finalmente partì, partimmo
puntando decisamente a sud-ovest ,però rispetto a quello che era
stato il volo di Primavera,le soste lungo tutto il percorso furono
molto più lunghe.Ancora attraversammo il mare e riconobbi bene le
luci delle
coste Italiane dell’Adriatico : ci alzammo in altitudine e
proseguimmo all’interno . Non era ancora l’alba ma potei riconoscre
bene la punta aguzza del Monte S.Vicino
nell’entroterra marchigiano e noi volammo in quota oltre i 700 metri
e sfilammo a lato della cima per sorvolare poi la vasta valle dove
numerose erano le luci di città e villaggi .In breve ormai alla
primissima luce dell’alba ci apparve la lunga cresta montana di
Laverino con i prati sopra e sotto ed in mezzo la larga fascia di
faggeta .Capii che
la beccaccia fiutava l’aria e dopo poco non ebbe esitazioni e lì si
buttò in una piccola radura erbosa al limite superiore della faggeta
dove erano anche alcuni piccoli ginepri . Io riconobbi subito il
posto e mi preoccupai molto , perché conoscevo bene quiel posto dove
avevo cacciato per anni.Di lì a poco sarebbero arrivati cani a
cacciatori. Io angosciato non riuscivo più a comunicare con la mia
fata,e mi sembrava che anche lei non più mi vedessi e mi sentisse
vicino. Sentii il rombo dei motori delle macchine che arrivavano su
dalla valle e poi lo scampanellio dei campani sovrastato da quegli
orribili angoscianti suoni dei “beeper”.
La mia fata dormiva sotto un
piccolo ginepro.

Sentii i
cani più vicini,poi inconfondibile il frusciare del cane che ancora
nel bosco “guidava” sull’emanazione della mia fata.Io non so come ,
e nemmeno se in qualche forma umana od animale,mi sentii immerso e
trasportato in un incantesimo di difesa della beccaccia . Lei
seguitava a dormire tranquilla. Il cane a circa 8-10 metri da lei
coperta da alcuni cespugli, si bloccò in ferma decisa e quel
tremendo aggeggio   fischiante
cominciò ritmicamente a suonare.Sentii il frusciare affrettato dei
passi del cacciatore
ed allora non ebbi più dubbi : in una qualche sconosciuta forma
d’invisibilità io entrai in un cespuglio tra la beccaccia ed il cane
e lì mi trasformai sottoterra. Volevo assolutamente difenderla senza
sapere a quali conseguenze di rischio ponevo il cacciatore e me
stesso . Ero anche iroso per via di quel suono angosciante del
beeper che per me era un vero insulto al buon senso della caccia e
delle naturali difese della natura stessa.
Quando il cacciatore arrivò
affannato accanto al cane , pur seguitando ad imbracciare il fucile,
toccò il dorso del cane invitandolo ad avanzare . Vidi che la mia
fata si era svegliata ed a quel punto si era ancora di più
accucciata tra le foglie come ultimo estremo mimetismo di difesa.Fu
allora che io presi coscienza di aver assunto –sotto terra- le
sembianze di una grande grandissima beccaccia , alta come un uomo,
ed allora venni fuori dalla terra e dal cespuglio proprio davanti al
muso del cane , e come a svolazzare allargai le ali enormi e il
becco acuminato come una spada contro il cacciatore.Nel bosco ancora
rosso di foglie , con i primissimi raggi di sole che filtravano
l’intrico dei faggi ed inghirlandavano di luce diamantina le
ragnatele tese tra i rami , la scena era quasi apocalittica . Ed in
un certo senso purtroppo fu così. Il cane con quello strano
barattolo rosso fischiante appeso al collo,abbassò la testa e la
coda tra le gambe mettendosi dietro al padrone . Il cacciatore – di
fronte a questa enorme diabolica minacciosa beccaccia eruttata dalla
terra – sbarrò gli occhi , lasciò cadere il fucile e si portò le
mani al petto stramazzando poi subito al suolo con una specie di
urlo di lancinante dolore soffocato in gola .Era morto.
Contemporaneamente la mia fata
era volata via decisa e
sapevo bene che da lì sarebbe andata alla solita rimessa giù ai
“trocchi”.Mi sembrò che lei non si fosse accorta di nulla della mia
metamorfosi incantata .Mi accorsi che stavo riprendendo sembianze
umane : il cane si era accucciato impaurito accanto al corpo disteso
del padrone che rimasto con gli sbarrati e raggelati giaceva ormai
morto. Per un attimo , solo per un attimo,ebbi paura di ravvisare in
lui la mia immagine di cacciatore. Ma fu solo un attimo.Mi sentivo
angosciato di non poter portare più alcun soccorso a quell’uomo.In
lontananza sentivo le voci di altri cacciatori .Vivevo
quell’incantesimo malefico tra la pietà umana , l’impotenza di
medico e l’affettività che si era creata tra me e la mia fata.Per
l’uomo non c’era di certo più nulla da fare e quando sentii che
ormai –guidati dal beeper- si avvicinavano e arrivavano gli altri
cacciatori , io invisibile mi allontanai ed in un battibaleno
ritrovai la mia fata nella sicura rimessa in fondo al primo
vallone.Allora sì , lei mi vide e con i grandi occhi fissi mi sembrò
sorridesse per ringraziarmi.Le feci segno di andare , e lei capì che
anche se in pieno giorno era meglio andare in qualche altro bosco lì
vicino . Così volammo di nuovo nella valle. 
La valle,il bosco, la “buttata”,i
prati e gli scogli su in alto riecheggiavano lugubremente di quel
fischio lamentoso ed angosciante del beeper , un suono lacerante che
si spandeva intorno come un suono di morte.
Arrivammo in un altro bosco ,
dall’altra parte della valle , e che io sapevo bene chiuso alla
caccia.Più volte durante il giorno la mia fata trovò spazi di buon
terreno per mangiare .
Poi subito a sera volò alta , con me accanto, superando ancora monti
e boschi e valli sino a che ci apparvero inconfondibili le luci di
Roma e delle sue strade e autostrade tutt’intorno e poi le luci del
grande aeroporto : solo allora la mia fata volò più in basso sino ai
boschi non lontani dalla riva del mare . Eravamo a casa , la nostra
“ casa d’inverno “ .
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